Prefazione di Anna Gervasoni*

Di solito si fanno prefazioni a libri scritti da colleghi o amici, con cui si è fatto un percorso di studio o di lavoro comune. Non è questo il caso. Non conosco Massimo Binelli; mi ha trovata e contattata attraverso questo prodigioso cerca persone che è Internet, perché stava cercando un mio vecchio libro sulla storia dell’Alfa Romeo e della Ferrari, scritto nel 1990 e irreperibile. Dopo un po’ di mesi mi è arrivato il suo testo in bozza e sono stata lieta di accogliere l’invito dell’autore a presentarlo.

Da tanti anni mi occupo del mercato del capitale di rischio, ed ho sempre sentito dire che gli incontri più efficienti tra mercato dei capitali e imprese, riguardano aziende professionali ed eccellenti, ma soprattutto aziende dove c’è un leader. Indiscutibilmente la storia della Ferrari, e mi ha fatto piacere riprenderla in mano dopo tanti anni, è una storia aziendale molto bella, ed è anche una storia di grandi protagonisti, come Ferrari e Montezemolo. Chissà se si trasformerà in un incontro di successo tra impresa e Borsa? Ce lo auguriamo, ma non lo sappiamo. Esistono però alcuni elementi che sono comuni alle storie di successo.

¤ La Ferrari è un’impresa basata su un forte sistema di valori, condivisi da chi ci lavora e dai clienti. Questa risorsa invisibile che spesso viene creata inconsciamente dal fondatore dell’azienda, se colta e rafforzata dai successori, diviene un fattore di successo importante, che enfatizza i momenti positivi e rende la struttura in grado di reagire nei momenti negativi. L’azienda, passata anche attraverso profondi momenti di crisi, grazie alla forza della squadra, alla fine ha sempre vinto. Su questo tema si inserisce quello della successione: è il leader che sceglie, dopo tutto, il suo vero successore, quello in grado di impersonare e portare avanti “il credo”. Se qualcun altro immette un “capo”, alla fine l’azienda non lo riconosce come leader. Si può essere ottimi capi d’azienda, ma certe aziende hanno bisogno di leader.

¤ La Ferrari ha in sé, fin dall’inizio, alcuni temi che accomunano le aziende di successo: la vocazione ad essere internazionali; la capacità di saper costruire una buona squadra e di attrarre manager di valore; il rapporto virtuoso col territorio. Su quest’ultimo punto val la pena di soffermarsi: le imprese sono soggetti attivi e protagonisti della storia del territorio: come sarebbe Maranello senza Ferrari? Le imprese cambiano il territorio e, in alcuni casi, lo trasformano in qualcosa di nuovo che sarà in grado di sopravvivere anche oltre l’azienda. Ecco l’importanza della “scuola” Ferrari. Quante volte si sente dire: “non si può fare, perché non ci sono le competenze giuste”. Questo è un evidente esempio che le risorse si possono “inventare”, basta creare delle buone scuole. Ciò potrebbe far meditare su tanti modelli di sviluppo.

¤ Il rapporto col mercato finanziario, poi, è affascinante e comune a tante altre storie aziendali importanti. La Ferrari nasce con un atto che oggi chiameremmo di venture capital informale, grazie al capitale di “Business Angels” (i fratelli Caniato), per poi svilupparsi grazie alle banche, a dei banchieri che hanno creduto e “ceduto” ad un imprenditore. E poi, per crescere, ha perso la sua indipendenza. Questo è un altro tema che va sottolineato. Le imprese che devono crescere hanno bisogno di capitali consistenti. Ne hanno bisogno anche quando devono fronteggiare momenti di crisi. E, se non esiste un mercato finanziario evoluto, l’unica alternativa per l’imprenditore è chiudersi in sé stesso e rinunciare al grande sogno, oppure “vendere”, cedere la maggioranza.

La Ferrari ha annunciato di voler andare in Borsa perché, come dicono i suoi manager, è in buona salute e vuole svilupparsi. Se ciò è vero, il mercato saprà apprezzare questa azienda. Indipendentemente dalla congiuntura del mercato mobiliare, le aziende che sono in grado di non tradire il mercato sapranno trovare un loro equilibrio costruttivo. Al mercato non bastano i campioni e le vittorie; il mercato vuole i fondamentali e la governance a posto. E questo sarà il compito non della Ferrari emotiva, quella dei Gran Premi, bensì della Ferrari “industriale”, della Ferrari “obbligata all’eccellenza”.

Un’azienda che ormai non “è di nessuno” ed è di tutti: è dei tifosi, di chi lavora, di Maranello, dei clienti… della storia del nostro Paese e quindi ha tutte le caratteristiche per diventare una “public company”.




* Anna Gervasoni, professore associato di Economia e gestione delle imprese, presso l’Università Carlo Cattaneo di Castellanza – Liuc, e direttore generale dell’Aifi, Associazione italiana degli investitori istituzionali nel capitale di rischio.


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