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L’italiano è davvero in pericolo?

Versione integrale del commento di Francesco Sabatini, presidente dell’Accademia della Crusca, riguardo all’iniziativa dei Cruscanti


Francesco Sabatini, 74 anni, professore ordinario di storia della lingua italiana alla facoltà di lettere e filosofia dell’università Roma Tre, e presidente della storica Accademia della Crusca di Firenze. È autore, con Vittorio Coletti, del celebre Dizionario della lingua italiana, che ha innovato profondamente la nostra lessicografia.



L’ho contattato mentre stavo realizzando il servizio sulla «Società dei Cruscanti», a proposito del morbus anglicus, e dall’intervista, trascritta di seguito in versione integrale, ho tratto il commento che completa l’articolo pubblicato oggi da “La Nazione”, Toscana & Liguria Cultura & Spettacoli, pag. 6:



Professor Sabatini, in una sua recente intervista, lei ha detto che gli anglicismi non mettono a rischio l’italiano, perché l’interscambio con le altre lingue è un arricchimento, purché non si accetti in modo supino tutto ciò che viene imposto…

«Il problema della presenza dei vocaboli stranieri è talmente evidente che bisogna avere una linea che non sia né di chiusura spietata né di larghezza senza confini. L’omogeneità della lingua è necessaria per la funzionalità della comunicazione, non è una questione di bandiere, ma avere un sistema linguistico di cui conosciamo (perché lo possediamo internamente, non per studio) le regole di utilizzazione, sviluppo e ampliamento è una sicurezza, quindi l’omogeneità morfologia, fonologica (entro certi limiti, perché non bisogna essere rigidi) è una garanzia per quella macchina che è la lingua, uno strumento che deve funzionare bene. In termini concreti, significa che ho maggiore padronanza dei significati, della pronuncia e della grafia delle parole, e conosco il sistema perché lo pratico, non solo perché lo studio. Inoltre, si evita di isolare una parte della società che ha un linguaggio particolare, di qualsiasi tipo, anche non necessariamente proveniente dall’estero: cercare di comunicare con tutta la società è un obiettivo. Tutto ciò che disturba questo buon funzionamento, orizzontale, verticale, personale e sociale, è un fattore di dinamismo, si intende, però occorre attenzione, perché se incontrollato crea incomunicabilità. Questo spiega perché bisogna tener molto all’omogeneità (non dico purezza, perché è un termine improprio) accettabile e sufficiente».

Alla luce di queste considerazioni, come giudica il tentativo dei «Cruscanti» di tradurre in italiano termini inglesi, entrati, «forse per snobismo inutile o per pigrizia», nel linguaggio di tutti i giorni, e non solo in quello tecnico e specialistico?

«Naturalmente c’è da evitare la puntigliosa sostituzione di ogni parola estera, perché, come dicevo, c’è da evitare l’isolamento della propria cultura rispetto ad altre culture. Esiste una certa quantità di vocaboli e di nozioni che sono la rete mondiale di intesa su fatti, concetti, strumenti; e poter avere uno stesso termine per indicare le cose a cavallo delle culture è l’altra necessità. Abbiamo una possibilità di mediare tra le due esigenze, attraverso l’adattamento dei forestierismi, non sempre la sostituzione, traduzione eccetera. A volte il risultato è brillante, pensiamo alla chiocciola, che va benissimo, anche perché at, et per telefono creano incomprensione. Però ci sono altri settori in cui sostituire significa isolarsi, ed è il caso di computer. C’è il problema che si scrive in un modo e si pronuncia in un altro? Intanto ci sono in molte lingue delle difformità di valori fonetici dai segni alfabetici, quindi non ne facciamo un dramma, però basterebbe adattare la grafia e tenerci compiuter, oppure adattare la pronuncia e chiamarlo computer senza la “i”. La parola, innanzitutto, è di origine latina, fa capire che si tratta di un calcolo, di un’elaborazione e ha generato già dei derivati (computerizzazione, computerizzato), ed è una parola mondiale, quindi io cercherei di tenerla viva in tutte le lingue. Elaboratore, ordinatore eccetera, isolano, e non è un bene. Altro esempio che faccio per indicare l’esagerazione dei francesi: la sigla che indica quel terribile male che è l’Aids, Acquired immune deficiency syndrome, viene tradotta in Francia con una sigla che ricalca la struttura francese: Sida. La sigla vale piú del significato delle singole parole che la compongono, senza dover capire che cosa è questo male, ed è importante che sia unificata, perché il male corre da una parte all’altra del mondo. Andare in un altro Paese e sentir parlare di Sida, non è la stessa cosa… Da una parte l’omogeneità, dall’altra i benefici che un termine leggermente adattato, nella pronuncia o nella grafia ci dà, quindi io non mi allineerei ai francesi».

C’è però la questione delle parole terminanti in consonante, che rischiano di compromettere la struttura fonetica dell’italiano…

«I “Cruscanti” combattono il fenomeno della terminazione in consonante, perché l’italiano ha parole che terminano solo in “n”, “r”, “l” eccetera, ma non “t”, “p”, “s”... Anche qui c’è da non esagerare. Prima di tutto abbiamo tante sigle, come Fiat o Inps che non possiamo mica pronunciare in un altro modo! Le sigle, nelle lingua moderne, sono parole a tutti gli effetti. Ricordo il carissimo e compiantissimo mio maestro Arrigo Castellani che a questo badava particolarmente, ma oltre alle sigle ci sono cognomi che terminano in consonante, quindi che facciamo? Non dobbiamo abituarci a pronunciare i cognomi di cittadini italianissimi? La terminazione in consonante, tra l’altro, è entrata nell’italiano attraverso i latinismi. Allora non possiamo piú dire rebus e dobbiamo dire rebusse, oppure dobbiamo evitare anche i latinismi? Ma siccome nella civiltà moderna l’immagine scritta delle parole conta almeno quanto quella fonica, e rebus non possiamo trasformarlo, in rebusse, si presuppone almeno un po’ di conoscenza del latino, per avere familiarità con parole come rebus, corpus, referendum. Dovremmo forse dire referendumme? Terminazioni in consonante, a mio modo di vedere, non costituiscono un problema, perché sigle, cognomi e latinismi ci impongono di imparare questa regola. Dal punto di vista morfologico, basta acquisire la regola che queste parole sono invariabili: lo sport, gli sport; il film, i film, tanto piú che questi due termini hanno molti decenni alle spalle e hanno generato verbi e aggettivi. Che diciamo, pellicolizzare?, pellicolistico? Questi sono i limiti alla ricerca dell’omogeneità assoluta, che poi sarebbe il purismo».

Qual è il suo giudizio sull’iniziativa dei «Cruscanti»?

«I simpaticissimi “Cruscanti”, prima di tutto, meritano tutta la stima e l’apprezzamento per il fatto che si dedicano ad osservare i fenomeni linguistici. Uno è professore di lingue, anzi, per il fatto che insegna lingue straniere si sarebbe pensato che amasse far circolare quante piú parole straniere possibile nell’italiano, e invece è consapevole del problema. L’altro è un matematico e fonetista, e le due cose vanno bene assieme. Ricordiamo che Ferdinad De Sausurre proveniva da una cultura matematica e aveva molto di pensiero matematico, ed è stato un grande linguista... Piena lode al fatto che si interessano cosí intensamente di italiano. Il secondo, poi, che vive in Inghilterra, e non avrebbe difficoltà a padroneggiare gli anglicismi, si rende conto che l’invasione dei forestierismi crea delle disfunzionalità nella comunicazione nazionale, quindi, ripeto, li lodiamo. Mi sembra, tuttavia, che siano sulla linea di una rigidità eccessiva nei confronti della presenza, circolazione entrata e adattamento dei termini stranieri. Non bisogna isolarsi. Vorrei che entrassero in contatto con me e con l’Accademia, potremmo fare qualcosa assieme. Sono da considerare un modello, almeno come impegno. Possono avere anche idee non collimanti con quelle di altri, però il loro impegno, lo rimarco, è lodevole e vogliamo che si diffonda questa cultura della lingua».

I «Cruscanti» intendono promuovere azioni di sensibilizzazione nei confronti dei media, per far sí che essi «diffondano i nomi italiani delle cose». Lei ritiene che i mezzi di comunicazione possano guidare l’evoluzione della lingua iniziando ad adoperare termini italiani al posto dei «forestierismi inutili», anche se già radicati nell’uso?

«I linguisti hanno le loro idee, ma la società, nel suo insieme, è sensibile? E i mezzi di comunicazione cosa fanno, potrebbero fare o non fanno? Rendiamoci conto, e lo dico con sofferenza, che la massa di cittadini italiani è insensibile a questo problema. Non è colpa dei singoli, perché è l’eredità storica e anche l’effetto di un’azione, in questa direzione, scarsa o dannosa come quella nazionalistica del ventennio fascista. Migliorini, per carità, ha operato ampiamente nell’epoca fascista, ma con quel senso di misura, con quella ragionevolezza che ne ha fatto ben altro che un seguace del nazionalismo linguistico fascista, però la connotazione nazionalistica data alle dispute del ventennio ha fatto sí che invece di fare passi avanti, si siano fatti passi indietro. Tutto ciò che era caratterizzato da un certo atteggiamento, purtroppo, è stato rifiutato, e si è aperta una reazione al laissez faire, al “lasciamo andare”. Vede che qualche citazione straniera ci sta bene, perché collega ad altre culture, ad altre sensibilità? Per carità, non chiudiamoci le orecchie!

Per quanto riguarda i media… Tra parentesi, diciamo pure media, non necessariamente mezzi di informazione, perché la velocità della comunicazione moderna richiede parole brevi: l’italiano non è fatto di parole brevi, pertanto quando ne arriva una breve vediamo se possiamo adattarla; media è latinismo, va benissimo, purché si pronunci “media”, non c’è motivo di dire “midia”, cosí come junior, che abbiamo usato per 2000 anni dicendo “iunior”, non c’è motivo di dire “giunior”! Mezzi di comunicazione, dicevamo, quindi costume diffuso nella società italiana. C’è molta insensibilità, molta superficialità, colpa non solo della storia lunga e penosa della nostra società: al momento della riunificazione, il 90% della popolazione era escluso dalla cultura italiana intellettuale; sono stati compiuti passi avanti, ma non quanto sarebbe stato necessario. La scuola non ha preparato bene la società, quindi non prendiamocela con i malparlanti del momento! È la scuola che ha non potuto svolgere la sua azione di formazione culturale di educazione e di coltivazione della sensibilità per i fatti linguistici, e questa insensibilità della società italiana per la propria lingua è la stessa insensibilità che ci ha fatto trascurare di studiare le altre lingue. È una non-educazione all’importanza del linguaggio, proprio e degli altri. Questo è quanto di meno nazionalistico si possa pensare, perché i fenomeni del linguaggio sono di estrema importanza per l’individuo, e se ce ne rendessimo conto si insegnerebbe con maggior sensibilità l’italiano e con maggior impegno le lingue straniere».

A proposito di nazionalismo, lo scorso anno, l’italiano ha rischiato di venire escluso come lingua ufficiale dall’Unione Europea…

«La politica linguistica estera italiana, soprattutto in Europa, è estremamente carente, e lo dico con dolore, non per colpire politici dell’uno o dell’altro schieramento, perché tanto in cinquant’anni hanno tutti le loro colpe. Sono lo specchio di quell’andamento trascurato nei confronti della lingua che è dominante nella società italiana. I politici hanno semplicemente rispecchiato la tendenza a non occuparsi della lingua, a trascurarla, anzi, ogni tanto a snobbarla. È diffusissimo il costume di presentarsi nei vari contesti internazionali e, malgrado la presenza di traduttori da e per l’italiano, ostentare un cattivo inglese o francese: questo è provincialismo! Non solo si nuoce molto al prestigio della lingua, perché se non la usiamo noi, gli altri, per primi, diranno che lo facciamo perché ci rendiamo contro che non vale un granché, ma poi che figura fanno questi signori quando parlano col loro inglese o francese stentato? Non è un limite, perché non possiamo pretendere che tutti sappiano parlare ottimamente le lingue straniere, e il politico viene eletto in base ad altri valori, ma quel politico commette un gravissimo errore quando non usa i traduttori, se presenti, per dar sfoggio di lingue straniere parlate in modo stentato.

Inoltre, spesso negli istituti italiani di cultura all’estero si tengono manifestazioni, che riguardano l’italiano, in lingua estera, e se questo a volte è necessario per attirare un pubblico che non conosce l’italiano, scriviamo almeno i cartelloni o la carta intestata di tali manifestazioni in italiano! Le cito la manifestazione di questi giorni all’Istituto italiano di cultura a Parigi, per parlare delle università italiane, dei centri di eccellenza, delle scuole di dottorato: è tenuta in francese, come se l’italiano, a Parigi, per parlare dell’Italia, fosse una lingua improponibile, e questo è veramente il colmo!».

© Aprile 2006 Massimo Binelli. Tutti i diritti riservati su testo e foto.



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Aronta è quel ch'al ventre li s'atterga,

che ne' monti di Luni, dove ronca

lo Carrarese che di sotto alberga,

ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca

per sua dimora; onde a guardar le stelle

e 'l mar no li era la veduta tronca.


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Commenti

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upa on :

bravo massimo

Raffaele Ruberto on :

Eccetto per la risposta all'ultima domanda e per il suggerimento di non pronunciare parole latine come se fossero inglesi, il professor Sabatini non dice niente di nuovo sull'argomento. Intanto la Crusca non solo continua a non fare nulla, ma ritiene che non sia neanche necessario fare qualcosa.

Per un esempio, suggerisco di visitare il sito www.ipli.it/accademia.htm

Marta Martino on :

Bella intervista, complimenti. Mi viene da fare un commento-riflessione a margine.

Ci riflettevo tempo fa, quando trovandomi con due anziani in Garfagnana li sentivo chiamare 'per nome' tutto quello che vedevano, dal pomellino dell'anta della cucina al manico della cazzuola.

E mica in un modo solo come lo potrei dire io, ma almeno in 3 modi diversi per ogni oggetto. Mi sono resa conto che io, che pure ho passato più di metà della mia vita a studiare e nutro per la mia lingua- grazie al mio mitico maestro che benedico ogni giorno per avermi spalancato un mondo di magia con il quadernino degli aggettivi e degli avverbi- un amore incondizionato, dicevo, io mi sono resa conto che non conosco il termine giusto di ogni cosa che vedo.

Ci sono oggetti che nomino in maniera impropria oppure classifico in base ad un oggetto simile. Quei due simpatici vecchietti mi hanno fatto riflettere su questa cosa: senza essere scienziati della Nasa loro conoscono più termini italiani di quanti probabilmente ne conosce un adolescente oggi. E probabilmente anche più di me.

Ci sono parole che stiamo perdendo irrimediabilmente. E senza una ragione precisa se non quella che gli italiani sono esterofili in tutto, anche nel linguaggio.

Mi fa rabbia, a pensarci.

PS: non sai che battaglie in redazione perché mi ostino a leggere media e junior alla latina... Io veramente leggo anche summit alla latina, anche se la Crusca è favorevole a leggerla all'inglese. A me non piace.

E non ti dico il finimondo quando una volta in un servizio ho letto diàtriba alla greca e non diatrìba alla latina!!!!

"Ma che hai detto? Hai sbagliato!". E quando gli ho fatto notare che in greco antico la parola è scritta diàtriba mi hanno risposto che TUTTI dicono diatrìba e quindi va detta così. Se solo mi avessero detto: guarda devi leggere alla latina e non alla greca....Il problema è che nessuno sapeva perché avessi letto diàtriba. Mi hanno dato dell'ignorante in fondo, quando invece sapevo una cosa più di loro :-D

Che vuo fa', 5 anni a cecarmi sul vocabolario di greco antico e poi devo combattere contro i mulini a vento.

Mi chiedo cosa succederebbe se pronunciassi privacy all'inglese. ossia privacy e non all'americana- praivacy, come si sente sempre dire.

La lingua in fondo è un'opinione, ormai. Comanda la massa, non la logica.

Vale quello che il volgo vuole. Panem et circenses. Il niente e così sia. Amen.

Raffaele Ruberto on :

Purtroppo niente e' cambiato dal 2006, anzi il problema e' aumentato e la Crusca continua a seguire la moda invece di dimostrare iniziativa. Gli italiani credono di essere all'avanguardia quando usano parole straniere e non si accorgono che sono solo supereficiali. :-(

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