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Il Blog di Massimo Binelli

Crescita Personale

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Sul merito puramente sportivo delle Olimpiadi di Tokyo 2020, andate in scena nel 2021 causa pandemia da Covid-19, è già stato detto e scritto tutto, quindi non intendo aggiungere altro. Non si è ancora spenta, invece (ed è un bene!) l’eco delle interviste rilasciate “a caldo” dai due campioni olimpici, Lamont Marcell Jacobs, incoronato re della velocità dopo aver disputato una gara di 100 metri al limite della perfezione tecnica e stilistica, e Gianmarco “Gimbo” Tamberi, coinquilino di Mutaz Essa Barshim sul gradino più alto del podio del salto in alto. In preda alla travolgente euforia olimpica, sia Tamberi sia Jacobs hanno incluso nei ringraziamenti di rito il loro mental coach, una figura professionale da tempo entrata, un po’ in sordina, nello staff di un atleta, ma sdoganata a Tokyo per merito di quel “grazie al mio mental coach” che ha cambiato per sempre il nostro mondo. Dopo quelle interviste, tuttavia, è successo qualcosa di inatteso.

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«Cos’è il Mental Coaching?», «Che differenza c’è tra la Formazione e il Coaching?», «Cosa vuol dire “fare coaching”?». Ci sono atleti che mi contattano dopo aver divorato vari libri (alcuni di loro hanno letto anche il mio “Atleta Vincente” e me lo citano a memoria!) e mi domandano se userò quella tecnica o quell’altra, ma per la maggior parte delle persone che si rivolgono a me il mental coaching è ancora un mondo misterioso. Per tale ragione ho deciso di spiegare in questa Pillola cosa succede quando un atleta, indipendentemente dal sesso, dallo sport praticato e dall’età, decide di iniziare a lavorare sulla propria crescita personale e sportiva.

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I dati sono evidenti: in questo 2020 segnato inesorabilmente dalla pandemia, una buona fetta della popolazione si è trovata costretta a reinventare le proprie abitudini sociali in chiave “casalinga”, per non cadere preda dell’inedia; non scivolare nella noia o, peggio ancora, nella depressione; non mettere su chili di troppo. Tra le tante, una delle attività che più ha preso piede (e mi perdonerai per il gioco di parole) è proprio quella del running. Mai prima d’ora, infatti, si era assistito a un fiorire così massiccio e concentrato nel tempo di nuovi corridori provetti (tant’è che le ricerche online dedicate all’argomento sono lievitate del 90% in pochi mesi!).

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«Amo fare le ripetute sui 100 ma odio quelle sui 200», «Amo gli allenamenti sulle prove corte ma odio quelli di resistenza», «Amo le prove a cronometro ma odio le salite»… Potrei andare avanti fino all’infinito, perché nella mia pluridecennale esperienza con gli atleti di tutte le discipline sportive non mi è mai capitato nemmeno una volta di sentir dire “amo tutto quello che faccio, in allenamento e in gara, incondizionatamente”. La dicotomia amore/odio emerge sempre con prepotenza e gli atleti, chi più chi meno, hanno la tendenza a dividere il loro mondo in due: quello che amano fare e quello che odiano fare. È una trappola, perché non offre vie di scampo, non ci sono mezze misure. Se “oggi” è in programma l’allenamento che odio, oggi sarà una giornata di melma, senza appello. E affrontare un allenamento che si odia è il modo migliore per soffrire, rischiare di infortunarsi, accumulare stress al posto di divertirsi. Come si evita questa trappola?

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Ricordate il lungo periodo di arresti domiciliari che abbiamo vissuto tra marzo e maggio? Come dimenticarlo! Ci torno di nuovo sopra con una domanda retorica, perché le immagini che abbiamo visto e le emozioni che abbiamo sperimentato a causa della pandemia da Coronavirus hanno creato uno degli ancoraggi più potenti che la nostra mente sia in grado di elaborare, quindi la risposta è scontata. Gli atleti che seguo, nelle more della sospensione degli allenamenti ufficiali, uno dopo l’altro mi hanno contattato per essere aiutati a sostenere la motivazione, soprattutto dopo il rinvio al 2021 delle Olimpiadi. A tutti ho suggerito di mantenersi in forma, fisicamente e mentalmente, adottando soluzioni “creative”, perché era importante restare concentrati su quel che potevamo fare ORA, ovvero in quel momento, evitando di pensare sia a ciò che avevamo perso (allenamenti e gare) sia al tanto agognato “liberi tutti”, che giorno dopo giorno veniva spostato sempre più avanti nel tempo. In sostanza, si trattava di puntare il focus su quello che c’era, non su quello che mancava! Ebbene, nelle settimane di “clausura” ho fatto una scoperta importante.

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Nel mio libro “Atleta Vincente”, ormai diventato un bestseller (e al proposito ti ricordo che puoi averlo in omaggio, con la mia dedica, tramite il videocorso AtletaVincente.com), affermo che le strategie e le tecniche per diventare campioni nello sport e nella vita, condensate in 47 Pillole di Coaching, le ho sperimentate e messe a punto in oltre 35 anni di esperienza, tra sport e professione, e continuo a perfezionarle giorno dopo giorno. Anche il progetto “Zona Vincente” è frutto di un duro lavoro. Sono stati necessari anni di ricerca, infatti, perché la mia idea iniziale di sviluppare prodotti con caratteristiche uniche era una sfida al limite dell’impossibile…

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Il titolo di questa Pillola l’ho preso in prestito dal sesto capitolo di “Inseguendo Bolt”, libro di Pietro Mennea scritto in collaborazione con l’amico Daniele Menarini, condirettore del mensile “Correre”, uscito nel settembre del 2012, pochi mesi prima della scomparsa della Freccia del Sud. Mennea cita testualmente Usain Bolt, là dove parla del suo coach e lo considera «il migliore allenatore del mondo, un ottimo stratega e un grande motivatore». Non c’è dubbio, infatti, che Glen Mills, questo è il suo nome, sia l’artefice dei due record stratosferici del Fulmine della Giamaica, il 9.58 nei 100 metri e il 19.19 nei 200 metri, tempi che molto probabilmente resisteranno ben più dei 17 anni lungo i quali il 19.72 fatto segnare da Mennea nel 1979 (tuttora record europeo) è rimasto inviolato. Nelle parole di Bolt è possibile ritrovare gli ingredienti della mia Formula dell’Atleta Vincente

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Con le staffette 4x400, che hanno assegnato le ultime medaglie, si sono chiusi, domenica 15 settembre, allo stadio “Giovanni Chiggiato” di Caorle, i Campionati Europei Master di Atletica Leggera, tornati in Italia, a Venezia, e distribuiti tra le sedi di Jesolo, Eraclea e Caorle, dopo ben 21 anni di assenza (l’ultima edizione outdoor sul territorio nazionale risale al settembre 1998, quando si disputarono a Cesenatico).

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Ciò che sto per dirti potrà sembrare un “accecante lampo di ovvietà”, ma ti assicuro che non è poi così scontato come parrebbe. Mi riferisco a quel periodo sacrosanto di “scarico” che ciascun atleta dovrebbe ritagliarsi tra la fine di una stagione agonistica e l’inizio della preparazione per la stagione successiva. Si tratta di una forma di “reset” per ripartire da Vincenti complementare rispetto a quella di cui ho parlato nella Pillola 130 ed è ugualmente da intendersi come il “riavvio” richiesto dal sistema operativo del tuo pc dopo un aggiornamento.

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Dopo aver trattato il tema del muro del trentesimo chilometro, che un maratoneta professionista oggi affronta dopo circa 90 minuti di corsa a un ritmo disumano di 3 minuti al chilometro, ossia 18 secondi ogni 100 metri (e chi non ha la percezione di tali misure provi a correre anche soltanto 300 metri a questa andatura, poi ci ragioniamo su), spingermi ad associare il concetto di “resistenza” a un tempo di 30 secondi può sembrare un tantino azzardato. Eppure non è così, perché dopo 30 secondi di sforzo massimo, nei meandri della mente di un atleta (ma potrei dire di un essere umano in generale), succede qualcosa di molto insidioso.

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