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Sabato, 25 Luglio 2015 10:01

Lettera aperta a Vittorio Sgarbi da parte di una capra

Caro professor Sgarbi, innanzitutto le chiedo: possiamo darci del tu? Nei confronti della very important people, che la people very normal scopre grazie alla tv, e che ammira o detesta per quello che fa, si prova sempre una stramba sensazione di familiarità e confidenza, tanto nell’insulto quanto nello slancio di affetto, ed io, che mi prendo l’ardire di scriverle questa lettera aperta, non riesco proprio a darle del lei. Ma poi vuole mettere? Un conto è dirmi, pacatamente ed educatamente “Mi perdoni, ma lei è una capra!” (non funziona, e forse non ne è nemmeno capace), un altro è urlare “Sei una capra, capra, capra!”. Anzi, facciamo così: mi dia della capra a titolo preventivo, almeno rompiamo gli indugi (anche perché in questo momento sto indossando il cappello del giornalista, quindi sono una capra per… definizione!). Grazie, professor Sgarbi, o meglio, grazie Vittorio!

Dunque, non sono un esperto d’arte, perciò la mia invasione di campo val bene l’epiteto ovino. Il fatto è che ho visitato la splendida mostra “Canova e i Maestri del Marmo”, organizzata dalla Fondazione Giorgio Conti, con la collaborazione del Museo Ermitage di San Pietroburgo, e allestita a Carrara, nelle sale di Palazzo Cucchiari, restaurato di recente. Tu conosci bene Carrara, quindi sai di cosa sto parlando.

Dopo aver combattuto contro le vertigini e lo stordimento provocati da opere di straordinaria bellezza poste una accanto all’altra (ebbene sì, anche la very normal people prova i sintomi della sindrome di Firenze), dall’Orfeo di Antonio Canova alla Psiche svenuta di Pietro Tenerani, dalla Fiducia in Dio di Lorenzo Bartolini alla Venere nella conchiglia di Carlo Finelli, sono arrivato nel piccolo atrio che ospita le Stagioni di Giovanni Antonio Cybei, l’illustre concittadino che, nella seconda metà del Settecento, fu anche il primo direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara.

InvernoHo osservato attentamente le quattro opere, ma c’era qualcosa che non mi tornava. Ho guardato ancora più a fondo ogni dettaglio e alla fine ho capito cos’era che mi turbava: lo sguardo dell’Inverno.
Come è possibile – mi sono detto – che lo stesso autore abbia realizzato una delle quattro sculture con un volto dallo sguardo intenso e profondo, con le pupille degli occhi ben intagliate, e le altre tre con occhi inespressivi e ’bolliti’, senza pupille?”.

 


AutunnoHo letto le didascalie, alla ricerca di possibili risposte, ma del dettaglio oculare non vi era traccia. Per quanto riguarda l’Autunno e l’Inverno, sui cartellini c’è scritto che la paternità di Giovanni Antonio Cybei, «si basa sulla somiglianza con una Estatedelle sculture delle Stagioni del parco di Rheinsberg», mentre a proposito della Primavera, nonostante, come è dichiarato, la scultura esposta sia diversa da quella realizzata per il già citato parco, si afferma che «è evidente che è stata concepita per far parte di un unico insieme e per questo la paternità … è indubbia».



Primavera

L’Estate, invece, è attribuita in modo granitico – e mi perdoni il marmo bianco statuario per la grezza mancanza di rispetto – al Cybei, perché fa parte di una serie di statue affidate nella seconda metà del XIX secolo all’Ermitage, inizialmente catalogate come opere di un ignoto scultore francese, ma «anche se della Primavera non si hanno notizie particolari, le altre tre sono la replica esatta delle statue del parco di Rheinsberg, vicino a Berlino, documentate fin dal 1778 come opera dell’abate Cibri, evidente storpiatura del nome Cybei».

 



Carlotta BergamoNon soddisfatto dalle informazioni tratte dai cartellini, ho cercato un curatore o un responsabile della mostra che potesse fugare i miei dubbi e ho incrociato Carlotta Bergamo (a mio parere, il Cybei l’avrebbe scelta come musa ispiratrice per la sua Estate, ne convieni con me?), una delle addette all'accoglienza dei visitatori.

Con competenza e passione, Carlotta mi ha spiegato che «le opere non firmate, al di là di altre considerazioni storiche, vengono attribuite ai loro autori soprattutto grazie all’osservazione di mani e piedi e di altri particolari nella vista d’insieme», però anche lei ignorava in che modo e misura il dettaglio degli occhi possa incidere sul giudizio degli esperti. La sua conclusione è stata: «Per un parere autorevole, ci vorrebbe Vittorio Sgarbi!».


D’altra parte, come non rammentare che con le certezze granitiche diversi critici d’arte hanno preso cantonate memorabili. Chi non ricorda il caso delle teste in pietra scolpite in una notte, gettate in un fosso a Livorno per burla e frettolosamente attribuite ad Amedeo Modigliani (la famigerata “beffa di Modi”), in occasione del centenario della sua nascita, negli anni Ottanta, ma chi sono io, caro Vittorio, per stuzzicare il tarlo del dubbio? Da capra quale sono, ho soltanto provato a fantasticare su cosa avrei fatto io se fossi stato nei panni di uno scultore tre secoli fa e sono arrivato alla conclusione che lo sguardo delle mie creazioni sarebbe stato sicuramente la mia firma, ben più delle mani o dei piedi. Non avrei mai realizzato un gruppo di quattro opere, delle quali tre con occhi inespressivi e lessi e una soltanto con le pupille scavate e lo sguardo penetrante.

Ergo: davvero l’Inverno, questo Inverno, è opera di Cybei al di là di ogni ragionevole dubbio? Puoi aiutarmi a risolvere l’enigma, così restituiamo pure la serenità a Carlotta, ancora turbata dal mio quesito ingenuo, balzano e caprino?

Ti ringrazio e ti rassicuro, anche qui in via preventiva: non mi offendo, le capre mi suscitano simpatia… 

Ultima modifica il Martedì, 28 Luglio 2015 07:10