massimo binelli

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Pillole di Coaching

Lunedì, 23 Febbraio 2015 01:01

Perché non ti dico cosa devi fare (Domande potenti)

In questa Pillola di Coaching rispondo a una domanda: perché, nel coaching, non ti dico cosa devi fare ma ti rivolgo... delle domande. Nella Pillola in cui ho parlato di consapevolezza, che ti invito a rivedere, rivelo qual è la risposta alla domanda che mi viene rivolta più spesso, ossia “cos’è e a cosa serve il coaching”. Parlo di miglioramento delle performance, di raggiungimento di obiettivi, di potenzialità individuali e spiego che fare coaching non vuol dire (solo) insegnare qualcosa, ma significa creare le condizioni affinché si possa innescare l’apprendimento, significa soprattutto rivolgere le domande appropriate, per far sì che il cliente trovi le risposte dentro di sé e si assuma maggioreresponsabilità.

Un consiglio? No, una domanda!
Rispetto all’approccio consulenziale o manageriale tradizionale, in cui il consulente (e io ne so qualcosa, visto che ho svolto per anni la professione di consulente di direzione e organizzazione aziendale) o il manager professa l’arte del “dire cosa fare”, il cambiamento di mentalità è drastico. Bisogna rinunciare sia a dire cosa fare in ogni circostanza sia a insegnare in modo dogmatico, ossia, per dirla in parole semplici, alla formula tipica dei guru: “si fa così perché lo dico io che sono il massimo esperto in materia”.

Vuoi che te la racconti io? Ok, clicca e guarda il video...


La strategia delle domande
Questo approccio inizialmente può creare un certo disorientamento
, perché chi da anni è abituato a sentirsi dire cosa deve fare può trovare strano che un bel giorno qualcuno chieda la sua opinione e cerchi di far emergere il suo senso di responsabilità. Ecco perché se faccio coaching a un cliente che era abituato al SuperConsulente (e vale anche per il manager che impara a fare coaching ai propri collaboratori) non gli dico “cosa deve fare” ma gli rivolgo delle domande per far aumentare la sua consapevolezza.

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E quali sono le domande fatidiche che fanno scattare consapevolezza e responsabilità? Immagina una partita a scacchi: su una scacchiera da 64 caselle ci sono 32 pezzi, ma quello che viene definito l’albero delle mosse possibili è un numero pazzesco, qualcosa come un 10 seguito da 123 zeri. Ebbene, il coaching è molto simile a una partita a scacchi, perché le “regole” del gioco sono sempre le stesse, ossia si parla di obiettivi, di realtà da cui partire, di possibili opzioni tra cui scegliere e di azioni da compiere in un determinato tempo, però le combinazioni tra domande e possibili risposte sono pressoché infinite. È tutto molto più semplice e naturale di quel che si possa immaginare, un po’ come è naturale che una mamma faccia coaching al proprio figlio quando lo stimola ad apprendere una nuova abilità. Il difficile è abbandonare la vecchia logica del comando e del controllo, e dunque delle domande fatte per verificare, per passare a una strategia in cui le domande, a cui è necessario fornire risposte sincere e spontanee, fanno emergere consapevolezza e generano responsabilità personale.

Il successo e il raggiungimento dei nostri obiettivi, lo ribadisco, dipendono dalle nostre azioni e dalle nostre scelte, non dalle scelte degli altri, consulenti o manager che siano.

È il momento di agire!
Che ne pensi di lasciare proprio tu il primo commento qui sotto? Come dico sempre, “alza le chiappe dal divano e muoviti, fai il primo passo verso il tuo obiettivo”, e anche rompere il ghiaccio con un’opinione o una domanda è un modo per uscire dal torpore e passare all’azione, non credi? ;)

Ultima modifica il Lunedì, 22 Maggio 2017 16:18

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